Abdulfattah, in arte iDad
Vita e opere John Jandali padre naturale di Steve Jobs.
di Roberto Carminati
C’è trapasso e trapasso, ma grazie a Dio o chi per lui c’è anche differenza fra un post mortem e l’altro e gli atteggiamenti con cui i congiunti si presentano a omaggiare una salma divergono a seconda delle situazioni anche nel caso in cui ci si trovi dinanzi alle spoglie di una star planetaria quale Steve Jobs, morto fra il 5 e il 6 ottobre dopo una lunga malattia, era divenuto volontariamente o suo malgrado.
A distanza di decine di anni da una dipartita che presso i contemporanei ebbe risonanza infinitamente minore, quella di Jimi Hendrix che se ne andò al principio dell’autunno del 1970, i familiari del genio chitarristico non avevano ancora smesso di accapigliarsi attorno al suo lascito di inediti e memorabilia, passato dalla mano del papà naturale signor Al a quello della sorellastra Leila.
Per buona pace, anzi tutt’altro visto che a suo tempo si incavolò come un bufalo, del fratello biologico Leon, chitarrista a sua volta ma manco a dirlo parecchio più sfigato.
Dalla Siria con l’iPhone: una favola moderna
Per il momento i radar non avvistano avvoltoi attorno ai resti di mister Steve che i suoi genitori diedero in adozione quand’era ancora in fasce anche se probabilmente la ragione di tale contegno nobiliare è da ricercarsi nel fatto che mentre i familiari del compositore di Little wing affogavano nei debiti, quelli dell’autore dell’iPod fluttuano nel contante. E si candidano però a un ruolo da guest star in una storia attraversata da tutte le stimmate della modernità.
UN MELAFONINO PER JANDALI. Anziché una sei corde e una manciata di brani potenzialmente milionari al papà naturale di Steve Jobs, il siriano Abdulfattah John Jandali, del figlio non è restato che un iPhone dinanzi al quale commuoversi dicendo al Wall Street Journal che «Steve era un genio»; e un altro telefono forse di tipo tradizionale col quale chiamare un numero che continua a suonare libero. E che è quello di Mona Simpson, sorella naturale del guru di Apple meglio disposta al conseguimento dell’età della ragione ad adottare il cognome materno.
Scrittrice prolifica che a Berkeley ha studiato con Seamus Heaney, Mona si è così candidata a diventare involontaria protagonista di uno fra i cartoon più amati dell’ultimo ventennio, i Simpsons appunto, sceneggiati e prodotti dall’ex consorte Richard Appel. Del fratello, ricambiata, ha sempre parlato come di una persona «estremamente vicina, che ammiro enormemente».
Abdulfattah, il boss di Reno e delle slot
Mentre con tutta probabilità Jandali preferiva stare ad ammirare il placido scorrere delle monetine nelle slot del suo Boomtown casinò di Reno nel Nevada, dove a 80 anni suonati è il boss per 450 dipendenti che lo ammirano e lo ringraziano dell’aver fatto reinstallare le macchinette da cinque verdoni di puntata minima.
Un capo «molto lodato», diversamente da quanto a La Stampa ha raccontato un ex dipendente della Mela a proposito di iGod, pronto a trasformarsi da algido santone a implacabile mastino al momento del periodico rendiconto aziendale. Come un qualunque manager rampante dell’industria in cui ‘il danaro non dorme mai’.
LA SCOPERTA DI STEVE. «Dev’essere stato molto tempo fa. Ho una fotografia. Conserva i tuoi ricordi, sono tutto quel che resta», cantavano altri gagliardi alfieri della stagione del peace, love, happiness, Simon & Garfunkel. E così fece anche Abdulfattah John, che la vera identità del rampollo abbandonato alla stregua di un qualsiasi Esposito la scoprì, disse, soltanto nel 2005, poco prima di iniziare a provare a mettersi in contatto con lui via posta elettronica, senza ottenere replica purchéssia.
E che non smise mai di osservare nelle foto del magnate di Pixar scaricate da internet, presumibilmente con uno fra i tanti Mac che ha acquistato. «Ed è proprio identico a com’ero io a 20 o 30 anni», ha detto.
L’abbandono del figlio e il ritorno in Siria
Stimmate di modernità. Figlio di un proprietario terriero la cui ricchezza in grano e cotone era frutto del lavoro di manodopera al minimo salariale, Jandali è originario di Homs, uno dei crocevia dell’attuale protesta e della repressione di Assad in Siria. E fu proprio a seguito di una fra le innumerevoli turbolenze politiche del Paese che decise di mollar baracca e burattini per transumare negli States, dove all’università del Wisconsin firmò una tesi sulla liberazione dei territori mediorientali dal lascito del colonialismo e una dissertazione di dottorato su Gli sforzi dell’Onu per regolamentare l’indipendenza delle nazioni.
AMORE CONTRASTATO. Ironia della sorte alla sua apertura culturale non ha positivamente risposto l’Occidente dato che i suoi suoceri di origine austro-svizzera e statunitensi per cittadinanza si opposero al suo legame con la figlia Carole Schieble (e poi Simpson) con la ragionevole obiezione: «Lui è siriano».
L’evento è con ogni probabilità alla base della decisione di recapitare a casa Jobs il frutto della loro unione clandestina, mentre sono state le incertezze politiche di Damasco a fare abbandonare a Abdulfattah l’idea di diventare un diplomatico per occuparsi invece, sempre in Medio Oriente, di una raffineria petrolifera.
IL DIVORZIO DA CAROLE. Non esattamente una vita di stenti, cui tuttavia Carole, che alla morte del padre era comunque convolata a nozze con Jandali, preferì rinunziare per tornare negli Stati Uniti. E poi chiedere il divorzio.
Il piccolo cranio calvo di Abdulfattah detto John non smette di scuotersi dunque dinnanzi alle pose digitali del rampollo né di stillar lacrime all’ascolto delle sue orazioni. Ma pur se nativo di uno dei luoghi in cui si sta cambiando la storia, vittima di una forma di razzismo degna di Indovina chi viene a cena?, papà di un cartone animato e dello spilungone che secondo la vulgata ha rivoluzionato le nostre vite, Jandali ha conservato anche tratti di antimodernismo clamorosamente rivoluzionario.
«Ma la genetica non c’entra col successo dei miei figli»
Ne è conferma la scarsa attitudine a saltare sul carro, ancorché dolente e commosso, dei vincitori, di quelli che in linea con tanta sfacciata arroganza tipicamente contemporanea sarebbero corsi a reclamare almeno una fetta di merito dei successi dell’illustre consanguineo, in omaggio se non altro al patrimonio genetico comune: «Non credo proprio di potermi attribuire alcuna responsabilità per il successo dei miei figli», ha detto Abdulfattah, affermando candidamente di ignorare cosa avrebbe «potuto scrivere a Steve se avesse risposto» alle sue e-mail e persino la ragione per cui gli aveva scritto.
CARISMA E GENEROSITÀ. Ma su questo, forse, l’uomo di Homs è in errore. «Esercita sempre una grande influenza su chi gli sta vicino», ha detto Anthony Sanfilippo, amministratore delegato di quella Pinnacle che è anche proprietaria del Boomtown e lo ha promosso alla carica di general manager lo scorso anno.
«È l’esatto contrario dell’uomo di spettacolo», ha aggiunto, «perché mette sempre gli altri in primo piano riservando a se stesso un ruolo nell’ombra, dietro le quinte. Ma capisce sempre quel che la gente vuole e per cosa i clienti sono disposti a spendere».
Un po’ come quelli che hanno rigirato il mondo come un calzino a suon di bianchissimi oggettini in plastica e senza fronzoli, ma dal costo di listino proibitivo per chiunque voglia considerar le cose con fredda ragionevolezza, roba che oggigiorno proprio non abbonda.
Abdulfattah è onomastico difficoltoso e John suona artificiale. Meglio chiamarlo Jandali. Anzi: iDad.
(da: http://www.lettera43.it/attualita/28212/abdulfattah-in-arte-idad.htm )




